DISCLAIMER
⚠️ Questa pagina mostra una foto che potrebbe risultare difficile da guardare e turbare la sensibilità di molti.
Foto come quella oggetto di questo articolo ci mettono davanti a una sofferenza che vorremmo tenere lontana, soprattutto quando riguarda bambini.
Proprio perché ci turba, forse merita uno sguardo in più, non uno in meno.
Mostrare anche questo volto della guerra per me - e soprattutto per migliaia di fotogiornalisti nel mondo - non è un atto di crudeltà, ma di responsabilità: è il modo per non rendere invisibili proprio i più fragili.
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Il World Press Photo è il più importante premio internazionale di fotogiornalismo. Dal 1955 seleziona ogni anno le immagini che hanno saputo raccontare con potenza e verità gli eventi più significativi, le ingiustizie più taciute, la bellezza più resistente. Le fotografie premiate non sono semplici testimonianze: sono frammenti di storia visiva, icone del nostro tempo capaci di scuoterci, commuoverci, farci pensare.
La foto vincitrice del World Press Photo 2025 è il ritratto di un bambino senza braccia, fotografato nella luce calda di un interno, con indosso una canottiera bianca e uno sguardo vitreo colmo di consapevolezza precoce.
È un’immagine che senza urlare, ha la forza di ciò che è essenziale. Non c’è spettacolarizzazione, nessun dettaglio di sangue o di guerra.
La foto è della fotografa palestinese Samar Abu Elouf - nominata fotografa dell'anno del World Press Photo 2025 - che ha ritratto Mahmoud Ajjour, 9 anni, evacuato a Doha dopo che un’esplosione gli ha fatto perdere un braccio e mutilato l’altro.
La madre del bambino ha raccontato che la prima cosa che il figlio le ha detto quando ha capito le sue condizioni è stata: “Come farò ad abbracciarti?”
Da tanti anni mi appassiona soffermarmi su una lettura meno superficiale delle foto e riconoscere nelle fotografie che amo l'uso di diversi livelli di lettura così come delle figure retoriche.
In questo articolo ti propongo una lettura più articolata di questa foto per stimolare uno sguardo più attento e profondo verso il mondo che ci circonda e come lo raccontiamo con la fotografia.

Foto: © Samar Abu Elouf - vincitrice del World Press Photo 2025.
Una lettura fotografica e retorica dell’immagine
La forza di questa foto è nella sua semplicità compositiva unita a un altissimo livello simbolico.
Come accade nelle opere più riuscite, in questa foto la fotografa non ci impone un messaggio: lo suggerisce, lo lascia decantare, ci accompagna verso una rivelazione interiore.
Questa fotografia, come ogni grande foto, può essere quindi letta in modi diversi e a diversi livelli. Ogni livello di lettura ne aumenta la potenza.
Provo in questo articolo a suggerire alcune possibili letture.
1. Geometrie invisibili
Su un piano esclusivamente compositivo questa fotografia lavora in modo straordinario, costruita non solo con la luce e con il soggetto, ma anche con forme geometriche che guidano la lettura e amplificano il significato.
Queste geometrie sono la grammatica invisibile dell’immagine, quella che non si vede ma si sente, e che guida il nostro sguardo, proprio come fa la punteggiatura in un discorso o la struttura in una poesia.
Le diagonali
Le due linee diagonali che attraversano la foto – una che segue il bordo della luce sul muro, l’altra che taglia il volto e il busto – creano tensione e movimento.
In composizione, le diagonali guidano spesso gli occhi verso un elemento cruciale della foto, ma creano anche dinamismo e parlano di passaggio.
Nel contesto di questa immagine, la diagonale della luce può essere letta come una lama che taglia in due il volto, a metà tra ombra e la luce, tra innocenza e coscienza, tra prima e dopo. È una sorta di metafora grafica dell’esperienza: qualcosa è successo, ha inciso, ha separato.
Il triangolo
Nella composizione si svela anche una struttura triangolare perfetta, con il volto al vertice e le linee delle spalle alla base.
Il triangolo è una delle forme più stabili nella composizione pittorica e fotografica. È la forma della piramide, della trinità, della tensione che sale verso un punto.
In questo caso, il volto è il vertice simbolico della narrazione: tutto converge lì. Ma è un triangolo rovesciato rispetto all’eroismo classico: non c’è vittoria, solo un’esposizione calma e irreversibile alla realtà.
Il cerchio
La curvatura che abbraccia parte del volto e del torace disegna un cerchio visivo che evoca protezione, raccoglimento, interiorità. È una figura archetipica: il cerchio è l’unità, il ciclo della vita, ma anche la gabbia, la chiusura in sé.
In questa immagine, il cerchio sembra abbracciare il cuore del bambino: lo tiene dentro una cornice di luce e silenzio, come se volesse isolarlo dal mondo per proteggerlo o trattenerlo nel suo dolore.
Il fatto che queste strutture emergano in modo così preciso senza forzature evidenti è ciò che dimostra la maestria assoluta dell’autore dello scatto.
In foto come queste la composizione è come una regia silenziosa, un’architettura poetica, che contribuisce a scolpire e ad amplificare il senso della foto.

Alcune delle geometrie compositive "invisibili" presenti in questi scatto.
2. Antitesi visiva
L’antitesi è una delle figure retoriche più evidenti in questa immagine.
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Da una parte, c’è la giovinezza, la bellezza intatta del volto, la pelle liscia, la luce calda e naturale.
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Dall’altra, la mutilazione fisica, la presenza assente delle braccia, una tragedia che ci appare solo parzialmente, ma che è centrale.
La contrapposizione tra questi due elementi – vitalità e menomazione, purezza e violenza subita – è ciò che colpisce per primo. È un contrasto che non viene mostrato con brutalità, ma con un rigore poetico.
3. Sineddoche
Il corpo del bambino, e soprattutto l’assenza delle braccia, è una sineddoche visiva: una parte per il tutto.
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Non è solo il corpo del singolo: rappresenta tutte le vittime della guerra, dell’odio, delle armi.
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La mutilazione è un segno inciso nella carne che ci racconta una violenza più ampia, strutturale, politica.
Non vediamo le cause, non vediamo i carnefici, non ci sono bombe o fucili. Ma tutto questo è presente nella sua assenza, evocato con precisione chirurgica.
4. Allegoria
L’intero ritratto può essere letto come una allegoria della perdita dell’innocenza. Il volto del bambino, ancora infantile ma già scavato da un pensiero adulto, incarna una condizione universale: quella dei bambini colpiti dalla guerra, dalla violenza, dall’indifferenza del mondo.
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Il suo sguardo verso la luce, quasi in diagonale, potrebbe anche essere letto come un movimento verso la speranza, ma resta sospeso, incerto.
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Il corpo mutilato è una testimonianza e un simbolo: la guerra incide più sul corpo dei deboli che sulle coscienze dei potenti.
5. La sospensione
La mia allieva e cara amica Laura Bessega mi ha fatto notare anche questo aspetto: un ritmo sfalsato nella lettura degli elementi della foto dato dalla luce.
La cito letteralmente: "Il viso del bambino è il primo elemento che colpisce: illuminato, sospeso in un’espressione che unisce grazia e maturità precoce. Solo in un secondo momento, quando lo sguardo si fa più attento, si nota l’assenza delle braccia, che sono in ombra. È come se la tragedia arrivasse in differita, lasciando senza fiato. Un ritardo visivo che è anche uno schiaffo emotivo."
È un po' come se quella caduta di luce lasciasse il discorso volutamente interrotto o semi nascosto.
6. Similitudine: una nuova Venere mutilata
Sotto il mio post su Facebook di stamattina il mio allievo e carissimo amico Roberto Lugano mi ha fatto notare - con la sua solita raffinata capacità d'osservazione - qualcosa che avevo visto senza averne preso coscienza, aprendomi lo sguardo anche su un'altra lettura simbolica, culturale e persino archetipica.
C'è qualcosa di statuario nel modo in cui il bambino è ritratto. L’inquadratura verticale, la posizione del busto, la luce radente che scolpisce i volumi del corpo e del viso come farebbe un cesello, la sua immobilità composta – tutto ci porta a una dimensione che trascende il tempo.
Il bambino, fotografato in quella posa immobile, nella luce radente che scolpisce i volumi del corpo e del volto, assume la qualità di una scultura classica e un dettaglio inquieta e colpisce con la forza dei simboli antichi: il corpo del bambino con la sua mutilazione simmetrica delle braccia ricorda, in modo disturbante, la Venere di Milo. Solo che là era un segno del tempo su una bellezza idealizzata mentre qui è una traccia della violenza dell’uomo sul proprio simile.
Una stessa mutilazione delle braccia che in entrambi i casi però diventata simbolo della bellezza perduta, in tutti i sensi.
Una metafora archetipica che ci interroga sulle nostre civiltà – quella che scolpisce e quella che distrugge.
E così, da questo dettaglio nasce una nuova lettura: questa fotografia è una nuova Venere mutilata, non per la gloria del tempo ma per colpa del presente, diventando simbolo di una ferita viva della contemporaneità. Non un’opera da museo, ma un atto di testimonianza vivente.

La similitudine tra la foto della fotografa Samar Abu Elouf e la Venere di Milo.
Conclusioni: uno scatto che è un atto etico e poetico insieme
Questa foto non è solo un documento. È un atto etico e poetico insieme, un modo per farci vedere quello che spesso scegliamo di non guardare.
La luce che illumina il volto del bambino non serve solo a rendere la foto più bella: è anche una metafora della consapevolezza, della verità che entra nel nostro sguardo e non ci lascia più.
Il World Press Photo 2025 ha premiato non solo una grande immagine, ma un esempio altissimo di fotografia che usa la grammatica della luce per dire ciò che la storia tenta di nascondere.

Nella foto la fotografa palestinese Samar Abu Elouf - nominata fotografa dell'anno del World Press Photo 2025.
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